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Stadio legato
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Ancora e sempre colpa degli ultrà?

Elaborato dal Progetto Ultrà (10 dicembre 2002)

Violenza negli stadi: ancora nuove leggi repressive o applicazione di serie misure di carattere sociale e culturale?

E’ frustrante essere considerati un Progetto competente in materia di tifo e violenza e poi rimanere sempre inascoltati dai vertici istituzionali e calcistici.

E’ triste proporre, da anni, soluzioni alternative per limitare la violenza negli stadi – basate su interventi preventivi di carattere sociale – ed assistere sempre e solo a risposte istituzionali di carattere emergenziale e superficiale, basate su leggi speciali e repressione.

Già lo scorso anno, quando - a quattro mesi dall’applicazione della Nuova Legge – il Ministero degli Interni dichiarava di aver sconfitto la violenza e snocciolava i dati sul calo degli incidenti, dei feriti e su aumento consistente di divieti d’accesso, di denunce, arresti (dato di per sé controverso!!!), noi di Progetto Ultrà avevamo dichiarato pubblicamente, ma invano, che “trent’anni di misure sempre più repressive e tre Leggi Speciali (’89; ’95; 2001) da sole non hanno risolto e non risolveranno il problema della violenza negli stadi”.

Avevamo anche rilevato che, “una sensibile diminuzione degli incidenti la si poteva registrare anche nel primo anno di applicazione delle precedenti leggi, ma che nel medio periodo, tutto tornava come prima”.

Oggi, ad un anno di distanza, vediamo confermate le nostre previsioni: gli incidenti, in questo primo spezzone di campionato (+28%), sono aumentati rispetto al primo anno di applicazione della Nuova Legge, ma se li compariamo con il numero di incidenti del campionato precedente (stagione 200/01) all’entrata in vigore della Legge sono rimasti sostanzialmente invariati (- 3%).

Forse ragioniamo controcorrente, ma non possiamo non chiederci se, invece di invocare l’ennesimo pacchetto super-repressivo, non sarebbe più utile ragionare non tanto di misure di coercizione, ma di misure di carattere sociale?

Insomma, forse sarebbe più opportuno considerare il tifo organizzato non solo come problema di ordine pubblico, ma anche come un’aggregazione sociale, e cominciare ad adottare misure capaci di valorizzare le energie presenti in quel mondo lavorando soprattutto sulla mediazione dei conflitti (come è ormai consuetudine fare in altri ambiti del sociale).

Bisognerebbe forse, però, anche fare un lavoro di tipo educativo e culturale con gli attori principali del sistema calcio, coinvolgendo coloro che scioperano per 15 minuti contro la violenza dei tifosi e poi in campo danno l’esempio prendendosi a calci intesta; coloro che processano ogni settimana gli arbitri che non hanno concesso il rigore alla propria squadra; e coloro che – siano presidenti dirigenti o giornalisti – in ogni trasmissione televisiva si insultano e minacciano a più non posso.
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